[ LA FESTA DELLA DONNA ]
Storie diverse vissute da protagoniste
Mogli, madri, lavoratrici parlano della loro vita e dell’importante ruolo svolto in ambito familiare e donne si raccontano, semplicemente, senza inutili banalizzazioni, in una giornata – l’8 marzo – su cui si sono già spese tante parole.
Attraverso le storie di vita di 9 donne nissene, mogli, madri e lavoratrici, si vorrebbe far emergere il complesso e dinamico universo femminile dove accanto a problematiche ancora irrisolte emergono vecchie e nuove conquiste. Alcune di queste donne hanno dovuto mantenere l’anonimato a causa della drammatica peculiarità della loro condizione di vita.
Sara Cammarata, 62 anni: Dopo la laurea in servizio sociale ho iniziato subito a lavorare e nell’aprile del 1985 sono approdata al Consultorio 1 di Caltanissetta, appena istituito, e da allora sono rimasta lì a svolgere il ruolo di assistente sociale.
Mi ritengo nel complesso una persona fortunata sia sul piano personale (in quanto pur non essendomi sposata non ho mai sofferto la solitudine essendo diventata il punto di riferimento dei miei più stretti familiari), che su quello professionale, perché ho fatto il mio lavoro con passione e dedizione senza alcun rimpianto per non aver scelto un’altra strada. Certo, il cammino non è stato tutto in discesa, dopo gli anni magici che vanno dall’85 al ’92, in cui in Consultorio si lavorava perseguendo gli obiettivi per cui era stato istituito, questa istituzione si è andata snaturando tanto da arrivare oggi ad avere per necessità di cose come unico obiettivo quello di occuparsi di mediazione familiare.
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Michela Valenza, 68 anni: Sono una docente in pensione; laureata in giurisprudenza, ho sempre insegnato però materie letterarie nell’Istituto professionale per l’industria e l’artigianato “Galileo Galilei”. Riflettendo sulla mia carriera di insegnante, debbo dire che l’ho vissuta più come una missione che un lavoro vero e proprio.
Il mio obiettivo è stato quello di fornire agli alunni con passione ed entusiasmo gli strumenti necessari per vivere con piena consapevolezza il loro tempo, aiutandoli a sviluppare nel contempo le loro potenzialità sia sul piano affettivo-relazionale che su quello cognitivo. L’anno scorso, in collaborazione con una mia ex collega, ho deciso di dare voce alla mia esperienza attraverso la stesura di un libro “La scuola nel cuore”, che è una testimonianza sincera e passionale del lavoro svolto in quarant’anni. E’ chiaro che tutto ciò ha comportato dei sacrifici a livello personale e familiare; pur essendo sposata e con due figli, sono stati tanti i momenti trascorsi nel mio studio a preparare le lezioni per il giorno successivo.
Roberta Donzella, 42 anni: Sposata e con due figli gemelli, svolgo da 18 anni l’attività forense come avvocato civilista specializzata nel diritto del lavoro e della previdenza. È un lavoro impegnativo che richiede ore e ore di studio, ma devo riconoscere che in questo i miei familiari sono molto comprensivi e pur non potendosi sostituire a me collaborano attivamente alla gestione della vita domestica.
Peraltro il lavoro di avvocato oltre ad essere impegnativo di per sé, lo è diventato ancor di più negli ultimi anni in quanto ci ritroviamo a svolgere la stessa attività ormai in tanti, circa 500 in provincia, esclusa Gela; pertanto la concorrenza è spietata e senza regole a scapito del declassamento della categoria.
Patrizia Termini Venturi, 44 anni: Sposata e con tre figlie, da più di vent’anni lavoro come consulente amministrativa e contabile nell’azienda di famiglia, la Sidercem, che ormai conta 44 dipendenti nella sede di Caltanissetta e 16 in quella di Misterbianco.
È un’attività che mi porta via la maggior parte della giornata, pertanto per la conduzione della vita domestica devo far ricorso oltre che alla collaborazione dei miei anche e soprattutto a quella di baby sitter e collaboratrici domestiche. Nonostante ciò ho sempre trovato il modo di occuparmi delle mie figlie, seguendole negli studi e ritagliandomi tutti gli spazi possibili per dialogare con loro.
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Anna Mosca Pilato, 62 anni: Docente di materie letterarie per tanti anni, mi si è presentata ad un certo punto della mia vita l’opportunità di andare in pensione e dedicarmi a quelle che sono state da sempre le mie passioni: gli studi sulle tradizioni popolari e la scrittura.
Ad appena diciassette anni ho pubblicato, sollecitata da mio padre, la mia prima raccolta di poesie “Caino e le spine”, a cui hanno fatto seguito, a distanza però di molti anni una seconda raccolta di poesie, due raccolte di racconti, due saggi di tradizioni popolari e per ultimo un romanzo, che è il frutto della raggiunta maturità letteraria. Ho sempre conciliato in modo piuttosto sereno la mia attività di ricercatrice e scrittrice con quella di moglie e madre di due figli maschi, ormai adulti.
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Maria D’Angelo: Ho trascorso gran parte della mia vita tra le incombenze familiari e quelle rivolte al sociale, per le quali ho speso buona parte delle energie insieme con altre donne che hanno portato avanti i miei stessi ideali. Negli anni ’70 abbiamo ottenuto l’istituzione a Caltanissetta della Consulta femminile comunale, di cui sono stata presidente fino a poco tempo fa.
Gli obiettivi della Consulta erano quelli di affrontare i problemi della condizione femminile, tenendo presente la dignità e i valori di cui la donna è sempre stata portatrice nell’ambito della famiglia e della società. Dopo tanto impegno e le non poche lotte portate avanti, abbiamo ottenuto la nascita degli asili nido comunali, la refezione scolastica nelle scuole dell’infanzia, l’istituzione del consultorio, del tribunale per i diritti del malato, e infine dell’università della terza età. L’unico rammarico che ho è quello di non aver potuto portare a termine la fondazione di una casa per anziani.
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M. S., 45 anni: Lavoro in nero da 25 anni come collaboratrice domestica, non ho uno stipendio mensile ma vengo pagata a ore. Quando non vado a lavorare perché sto male, non guadagno nulla e non posso neanche il minimo necessario per mettere su un pranzo.
Ho tre figli e un marito con cui ormai siamo di fatto separati in casa, non potendo farlo legalmente per mancanza di denaro. Dopo i primi anni di matrimonio, durante i quali mi aveva dato l’impressione di essere un buon marito e un buon padre, ha cominciato a spendere i soldi che guadagnava per giocare a carte, bere e andare a letto con prostitute. Pertanto mi sono dovuta rimboccare le maniche e mettermi a lavorare sottoponendomi, avendo appena la licenza elementare, a qualunque forma di sacrificio e umiliazione.
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V. A., 36 anni: Lavoro part time come collaboratrice domestica; ho due bambini piccoli con cui vivo in una comunità per donne in difficoltà con minori.
Il mio ex marito, infatti, non mi consente di condurre una vita “normale”. Soffre di fatto di disturbi psichici, anche se non si è mai voluto sottoporre a nessuna visita psichiatrica, e non ha mai accettato la nostra separazione. Il che mi fa temere che uscendo fuori da un ambiente protetto, quale è quello della comunità, possa farmi del male e portarmi via i figli, a cui peraltro non sarebbe in condizioni di badare. Ho denunciato tante volte la mia situazione alle forze dell’ordine, che sono intervenute ogni volta che se n’è presentata la necessità, ma non possono fare altro in quanto, mi dicono, spetterebbe all’autorità giudiziaria la responsabilità di sottoporre in modo coatto mio marito ad una perizia psichiatrica per poi adottare le misure del caso.
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M. M., 43 anni: Svolgo da vent’anni il lavoro di collaboratrice scolastica presso una scuola secondaria di primo grado della nostra città. Ho due figli, di cui uno già adolescente è autistico.
Mio marito, dopo aver lavorato per anni a Caltanissetta per un’azienda privata, è stato costretto, perché licenziato in tronco, ad andare a lavorare fuori sede. Parte la mattina alle 5 e non ritorna a casa prima delle 10 di sera. Va da se che essendomi venuto a mancare il sostegno del mio partner e avendo una madre ormai anziana, la mia vita, che già aveva subito una svolta come è facile supporre con la nascita del secondogenito disabile, si è ulteriormente complicata. Mi devo occupare di tutte le esigenze che riguardano una persona con disabilità e che sono costanti e continue nell’arco delle 24 ore, conciliandole con la mia vita di donna lavoratrice, di casalinga, di mamma di un’altra figlia normodotata e di moglie. Tutto questo con la totale assenza delle delle istituzioni competenti.
un articolo di
MARIA GRAZIA PIGNATARO
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milenalibera




